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Tenere in vita la memoria con uno sguardo al futuro

Marco De Paolis, Procuratore Generale Militare alla corte d’appello di Roma, entra nell’Istituto di Cultura italiano al 686 di Park Avenue, New York City, con un sorriso gentile e due agenti di scorta. Dall’affabilità nella sua voce non si percepisce quante volte nel corso della sua vita si è trovato «faccia a faccia con il male assoluto». 

Ad accogliere e presentare il procuratore, il direttore dell’Istituto Italiano di Cultura Claudio Pagliara. A seguire una breve introduzione di Laura Pirino, Console Generale aggiunto. 

A  più di ottant’anni dai crimini del nazismo, e con vent’anni alle spalle di esperienza nella “caccia ai nazisti”, De Paolis ci ricorda l’importanza di non dimenticare, e ripercorre l’esperienza giudiziaria italiana in accordo con le prospettive del diritto umanitario. 

«Per non dimenticare, bisogna conoscere prima», dichiara. Al momento dell’inizio della sua carriera come procuratore a La Spezia nel 2002, lui stesso ammette che non conosceva «il 95% di queste vicende». Il pubblico nella stanza ascolta questa confessione in un silenzio pieno di stupore. 

De Paolis racconta che pochi giorni prima che prendesse le funzioni in aprile, per la prima volta l’allora presidente della Germania, Johannes Rau, venne in visita a Montesole, «per compiere un atto storico, rendere omaggio alle nostre vittime e chiedere scusa agli italiani per le atrocità commesse dai nazisti nel nostro paese». 

La Shoah «non è una favola», ci tiene a ribadire, «ma una ricostruzione di eventi». Dopo La Spezia, De Paolis ha poi lavorato nella procura militare di Verona e Roma. Lì, ricorda 17 processi, 57 condanne all’ergastolo e oltre 500 procedimenti d’indagine istruiti.

Il fenomeno del disconoscimento collettivo è ciò che lo ha portato a sentire un dovere divulgativo di cui ci parla apertamente oggi, sintetizzato ed espresso nella mostra da lui curata e intitolata “Nonostante il lungo tempo trascorso” (“Despite the long time”), che ha portato in 17 città italiane e 3 straniere. 

La mostra può essere considerata una diretta manifestazione del suo desiderio di portare in America la sua esperienza giudiziaria, che si è tramutata in un’esperienza personale molto importante. Un progetto di memoria storica che da prova di quanto le persone nel loro piccolo possano «contribuire all’educazione e la formazione di un cittadino partendo dalle conseguenze negative che la violazione dei diritti umani porta attraverso la guerra».

Il procuratore parla con amarezza di uno scollamento tra «una certa realtà e la realtà circostante, abbiamo un mondo che è quello delle vittime che è ignorato, dimenticato e offeso, e poi c’è il mondo civile che si volta dall’altra parte e fa anche attività contrarie per impedire la tutela dei diritti umani». 

Molte volte si è trovato davanti a persone che sostenevano che il fenomeno della Shoah era «una pagina chiusa, una cosa nel passato perché sono tutti morti». Ha poi deciso di dedicare la sua vita a far sì che, per lo meno in Italia, questi crimini fossero riconosciuti e fosse fatta giustizia per le famiglie delle vittime. 

Da ragazzo, come molti suoi coetanei, aveva visto Roma città aperta e altri film da cui aveva acquisito una conoscenza più o meno generale sui fatti avvenuti, che avevano contribuito, nella mente di un De Paolis adolescente, a collocare il fenomeno nel passato. 

Ma la presenza delle brutalità perpetrate e l’occultamento sistematico dei documenti che le testimoniano è, e deve essere, quanto mai presente. Dare giustizia acquisisce importanza ancora di più oggi, a ottant’anni dai fatti avvenuti durante il nazismo. “Alla vittima non importa da che parte viene la bomba, la bomba non ha colore”. L’importante sono le conseguenze dell’ordigno, le violazioni commesse dai comandanti delle forze armate tedesche e non solo. 

Il procuratore parla di due livelli di “anomalie, o ingiustizie che possono essere riguardate da vari profili: giudiziario, storico e politico”. Il primo livello è quello del crimine in sé, a cui si aggiunge il secondo livello, ovvero quello della negazione dei fatti avvenuti, non per disattenzione ma “perché una parte deviata, una componente istituzionale non ha voluto fare il suo dovere”, dichiara De Paolis con riferimento all’insabbiamento intenzionale dei fascicoli nel 1960, durante il mandato del procuratore generale Giorgio Santacroce. 

Ma, malgrado l’importanza del passato, l’accento del discorso continua a tornare sul momento presente.  Il procuratore confida ancora nelle istituzioni del diritto internazionale e continua a portare la sua esperienza nelle scuole, a giovani ragazzi delle scuole medie e superiori, insegnando loro che c’è ancora qualcosa in cui credere. 

“Una cosa che mi piace dire ai giovani è che non bisogna essere degli eroi per fare cose importanti, si possono fare anche nel quotidiano, ma credendoci veramente, e lo dico spesso a cominciare dai miei nipoti”, dichiara il procuratore quando gli viene chiesto se crede che si possa invertire la tendenza alla progressiva sfiducia della Gen-Z nelle istituzioni, alimentata dalla precarietà economica e lavorativa. I giovani dovrebbero avere più fame di affermazione, ripararsi meno dietro lo schermo, “ricordare che abbiamo nelle mani buona parte del nostro futuro”. 

L’articolo Tenere in vita la memoria con uno sguardo al futuro proviene da IlNewyorkese.

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