ROMA (ITALPRESS) – Un team di ricercatori del Dipartimento di Biomedicina e Prevenzione dell’Università di Roma Tor Vergata, in collaborazione con l‘European Research Infrastructure on Highly Pathogenic Agents (ERINHA) e altre istituzioni italiane e ungheresi, ha pubblicato oggi sul Journal of Cellular and Molecular Medicine uno studio preclinico che valuta l‘efficacia terapeutica dell’Indolo-3-Carbinolo (I3C) contro l’infezione da SARS-CoV-2.
L’I3C è un composto naturale presente in elevate concentrazioni nelle verdure della famiglia Brassicaceae, come broccoli, cavoli e cavolfiori. Precedenti studi in vitro avevano già dimostrato la sua capacità di inibire il rilascio del virus SARS-CoV-2 dalle cellule infette, agendo come inibitore delle HECT E3 ubiquitina ligasi, enzimi fondamentali per il ciclo vitale del virus. Il presente studio rappresenta il primo passo verso la validazione preclinica in vivo di questa molecola.
Un modello animale che replica la patologia umana I ricercatori hanno utilizzato il modello del criceto siriano dorato (Mesocricetus auratus), ampiamente riconosciuto per la sua capacità di replicare fedelmente le caratteristiche patologiche dell’infezione da SARS-CoV-2 nell’uomo, inclusa la sindrome da distress respiratorio acuto (ARDS). Gli animali sono stati infettati con la variante Delta del virus e trattati per via intraperitoneale con due dosi di I3C (2 mg e 4 mg).
I risultati hanno evidenziato che la dose di 2 mg di I3C è stata in grado di: Ridurre significativamente il carico virale nei polmoni degli animali trattati; Migliorare i punteggi clinici di malattia, con un ritardo nella comparsa dei sintomi e una riduzione della perdita di peso; Diminuire l’edema polmonare alveolare, uno dei principali fattori patologici alla base dell’ARDS; Abbattere i livelli di TNF-a (Tumor Necrosis Factor-alpha), una citochina pro-infiammatoria chiave responsabile della “tempesta citochinica” che caratterizza le forme gravi di COVID-19, sia a livello polmonare sia a livello sistemico (nel siero).
Al contrario, la dose più elevata (4 mg) ha mostrato segni di tossicità, indicando la presenza di una chiara finestra terapeutica per il composto. Un doppio meccanismo d’azione: antivirale e antinfiammatorio “I nostri dati dimostrano che l’I3C possiede un duplice meccanismo d’azione che lo rende particolarmente interessante per il trattamento del COVID-19”, ha dichiarato il Giuseppe Novelli, Ordinario di Genetica Medica presso l’Università di Roma Tor Vergata e coordinatore dello studio.
“Da un lato, agisce direttamente sul virus, inibendone il rilascio dalle cellule infette; dall’altro, modula la risposta infiammatoria dell’ospite, riducendo i livelli di TNF-a e limitando il danno tissutale. Questa combinazione è rara e particolarmente preziosa in patologie come l’ARDS, dove l’infiammazione è il principale fattore di mortalità”.
“Il fatto che I3C agisca su meccanismi cellulari conservati e non su un target virale specifico lo rende un candidato ideale non solo per il COVID-19, ma anche per future pandemie da altri virus respiratori che condividono la stessa patogenesi infiammatoria”, ha aggiunto il Pier Paolo Pandolfi, coautore dello studio e professore presso l’Università degli Studi di Torino.
Lo studio, sostenuto dal Ministero dell’Università e della Ricerca (PNRR M4-C2-1.1 PRIN2022 “HECORES” e PNRR M4-C2-1.4 CN00000041), dal progetto europeo “UNDINE” (HORIZON-HLTH-2021-DISEASE-04-07), e dalla Fondazione Roma, getta le basi per la sperimentazione clinica nell’uomo. L’I3C, essendo un composto naturale già noto e con un profilo di sicurezza favorevole, potrebbe rappresentare una terapia aggiuntiva, facilmente accessibile e a basso costo, per il trattamento delle infezioni respiratorie virali.
“I prossimi passi saranno la progettazione di trial clinici per valutare l’efficacia e la sicurezza di I3C in pazienti affetti da COVID-19 e, potenzialmente, in altre sindromi respiratorie virali”, ha concluso il Novelli. “Il nostro studio dimostra che la natura offre ancora risorse preziose per la ricerca farmacologica, e che investire nella ricerca preclinica è fondamentale per essere pronti ad affrontare le sfide sanitarie future”.
-Foto IPA Agency-
(ITALPRESS).
