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Logopedia, Rossetto “Fondamentale lo screening precoce del linguaggio”

ROMA (ITALPRESS) – La logopedia si occupa della prevenzione, valutazione e interventi di cura nei disturbi della voce, della comunicazione, del linguaggio, della deglutizione e delle funzioni cognitive correlate. La parola logopedia deriva dal greco antico ed è composta da due termini: logos, cioè parola, linguaggio, e paideia, educazione, formazione; letteralmente quindi significa educazione del linguaggio.

Il logopedista accompagna il paziente in tutte le fasi della vita: si occupa di bambini che hanno difficoltà nello sviluppo del linguaggio, di adulti che hanno perso le capacità comunicative in seguito a malattia o trauma, di anziani con disturbi legati all’invecchiamento. Il logopedista lavora in equipe multidisciplinari che comprendono medici specialisti, fisioterapisti, terapisti occupazionali, psicologi, dietisti e infermieri: un approccio integrato che permette di costruire percorsi riabilitativi personalizzati per migliorare la qualità della vita e l’autonomia delle persone.

“Quella del logopedista è una professione i cui ambiti di competenza sono legati ai disturbi della comunicazione, del linguaggio, delle funzioni orali e della deglutizione in tutte le età: parliamo inoltre di una figura competente negli aiuti a comunicare e parlare, che coprono tutto l’arco della vita. L’acquisizione del linguaggio, che per tutti noi avviene senza che nessuno ci insegnasse qualcosa, fa parte di un’interazione comunicativa: questa ad esempio può avvenire con lo sguardo tra madre e neonato, quindi con segnali che vanno oltre la parola. È chiaro che poi ci sono tappe di acquisizione e sviluppo del linguaggio condivise dalla letteratura internazionale e da tutti i professionisti: il pediatra, figura con cui noi logopedisti collaboriamo, esegue anche nei bilanci di salute lo screening sugli aspetti comunicativo-linguistici”. Così Tiziana Rossetto, logopedista e presidente della Federazione logopedisti italiani (Fli), intervistata per Medicina Top, format tv dell’agenzia di stampa Italpress.

La riflessione successiva di Rossetto è dedicata allo sviluppo della comunicazione verbale in età infantile e ai possibili intoppi: “Fermo restando la variabilità che può avvenire nella popolazione dei bambini, poiché ci sono anche i parlatori tardivi, il compimento del primo anno determina l’acquisizione del primo vocabolario: a 36 mesi si entra nella scuola dell’infanzia ed è lì che un bambino deve essere in grado di farsi capire e soprattutto di capire; tutto dipenderà dallo sviluppo e dalla qualità del suo eloquio, perché possono esserci anche casi di vocabolario ridotto o in cui un bambino capisce bene tutto ma si esprime poco. Quattro anni è l’età in cui si fa una diagnosi di disturbo primario del linguaggio, attraverso una conferenza di consenso con l’Istituto superiore della sanità. Quando ci sono un disturbo o un ritardo abbiamo tutti gli strumenti per definirli: questo è un lavoro che si fa con le famiglie e con gli insegnanti, ma la conferenza di consenso è importante proprio perché sono documenti di sanità pubblica basati sui dati della ricerca. Quattro anni è un’età importante, perché ci permette di lavorare nei due anni che poi arriveranno alla scuola primaria, dove dal linguaggio parlato si passa a quello letto e quello scritto. In caso di incidenti traumatici, problemi di natura vascolare o malattie neurodegenerative bisogna agire fin da subito per valutare gli effetti sul linguaggio: qui siamo nell’ambito dei disturbi acquisiti e ci sono linee guida che dicono chiaramente che l’intervento precoce dà la possibilità di un recupero”.

In Italia il numero di logopedisti operativi è nettamente inferiore rispetto alla media europea: “In Francia ce ne sono 40 ogni 100mila abitanti, qui appena 16. Ogni anno nelle varie regioni si laureano 850 logopedisti, questo ancora non è sufficiente: speriamo di aumentare, perché la ricerca dà i dati sull’efficacia del nostro intervento e noi dobbiamo trovare risposte quanto prima, soprattutto in un paese in cui la popolazione sta diventando sempre più anziana”.

Un campo di particolare interesse, spiega Rossetto, è quello che coinvolge i disturbi della voce e gli strumenti per venirne fuori: “Abbiamo creato dei Master specifici, per la voce artistica per cantanti e attori e per la voce professionale per insegnanti, gli speaker e in certi casi perfino politici: c’è una competenza specifica per tutti gli specialisti della voce, i quali intervengono anche nei bambini che urlano o soffrono di disfonia”.

Tra i tabù verbali più significativi, soprattutto tra i bambini, c’è la R moscia: per la presidente della Fli però non deve in alcun modo rappresentare uno stigma. “La R è uno degli ultimi suoni che vengono appresi, perché è molto complesso: è velocissimo e produce una gran quantità di vibrazioni sulla punta della lingua. Sono dell’idea che la R moscia sia non una patologia, ma parte di un disturbo primario del linguaggio: non me ne farei un dramma, ma punterei sulla consapevolezza che il suono esiste per i bambini e può essere prodotto attraverso giochi di contesti fonologici”.

– Foto screenshot tratto da Medicina Top –
(ITALPRESS).

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