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A New York, un pomeriggio dentro le mille vite di Pinocchio

Il 9 settembre, alla Casa Italiana Zerilli Marimò della New York University, si è tenuto il panel “The Many Lives of Pinocchio”, momento centrale di “The Carlo Collodi Legacy – New York”, seconda parte del progetto Spotlight: Italy on Screen Today New York, ideato e diretto artisticamente da Loredana Commonara. La rassegna arriva dopo il percorso dedicato alla campagna Oscar, che tra novembre e dicembre 2025 aveva portato a New York il sostegno a La Grazia di Paolo Sorrentino, con Toni Servillo, Familia di Francesco Costabile e Sotto le nuvole di Gianfranco Rosi. Questa seconda tappa celebra il bicentenario della nascita di Carlo Collodi, con il sostegno della Direzione Generale Cinema e Audiovisivo del Ministero della Cultura, del Consolato Generale d’Italia a New York e della Casa Italiana Zerilli-Marimò, in collaborazione con SullaLuna NYC Bookstore. A moderare l’incontro del 9 settembre è stata Vanessa Roghi, storica e Tiro a Segno Visiting Fellow in Italian American Studies alla NYU. Sul palco si sono alternati Larry Wolff, Julius Silver Professor of European History, Perri Klass, pediatra e docente di giornalismo, David Forgacs, Zerilli Marimò Professor of Contemporary Italian Studies, e Silvia Giulia Ghia, Assessore alla Cultura, alle Politiche educative e giovanili e allo Sport del I Municipio di Roma, ognuno con un taglio diverso sulla stessa domanda di fondo: cosa ha reso Pinocchio capace di attraversare quasi un secolo e mezzo restando sempre riconoscibile e sempre diverso.

Il pomeriggio ha intrecciato prospettive lontane tra loro. Si è parlato di Pinocchio come progetto ottocentesco di costruzione dell’identità nazionale, con la scuola come luogo dove i bambini italiani venivano “fatti”, e della rilettura del Pinocchio Disney del 1940 come racconto di americanizzazione per i figli degli immigrati italiani negli Stati Uniti. Si è parlato anche di mortalità infantile nell’Ottocento, quando fino al 40% dei bambini non arrivava ai cinque anni di vita, leggendo la “biologia” del burattino, la sua fame, la sua capacità di guarire in fretta, come una risposta culturale a quella paura molto reale. E si è ricostruita l’evoluzione visiva del personaggio, dalle prime illustrazioni ottocentesche fino ai costumi che tornano identici in cartoline, figurine e adattamenti teatrali americani, incluso uno spettacolo del 1938 a Broadway che avrebbe influenzato direttamente il film Disney.

A chiudere il panel, con un intervento più personale, è stata Silvia Giulia Ghia. Il suo discorso è partito da una domanda che sembra ovvia e non lo è affatto: “Che aspetto ha Pinocchio?”

“Può sembrare una domanda scontata,” ha detto Ghia. “Tutti sappiamo che aspetto ha Pinocchio. O almeno, crediamo di saperlo. Ma se chiudiamo gli occhi e proviamo a immaginarlo, ognuno di noi vedrà probabilmente un Pinocchio diverso.” È da questa constatazione che Ghia ha costruito il cuore del suo intervento: “Pinocchio non ha un’iconografia definitiva.” A differenza di molte altre grandi figure della tradizione visiva, che una volta fissate diventano quasi impossibili da sostituire, Pinocchio “sembra chiedere a ogni generazione di ridisegnarlo di nuovo”. Ed è forse proprio questa instabilità visiva, ha detto, ad avergli permesso di viaggiare così bene attraverso epoche, lingue e culture diverse.

Da lì, Ghia ha ripercorso le tappe di quel viaggio: dalle prime illustrazioni di Enrico Mazzanti nel 1883, quando “Pinocchio acquisisce un corpo” per la prima volta, fino a Chiostri, Mussino, Jacovitti, Mattotti, e infine al Pinocchio “molto diverso” disegnato da Disney nel 1940, più infantile, più rassicurante, riletto attraverso una sensibilità culturale americana. Ha poi messo a confronto le due versioni cinematografiche più recenti, quella di Luigi Comencini, “profondamente radicata nel paesaggio, nei volti, nella cultura popolare italiana”, il primo Pinocchio incontrato da molti italiani della sua generazione, e quella di Matteo Garrone, che “torna alla materia”, al legno, alla terra, ai tessuti, restituendo un mondo in cui si percepisce costantemente la fisicità delle cose.

Il passaggio più ambizioso del discorso ha riguardato la domanda su chi appartenga davvero un’immagine capace di diventare universale. Ghia ha distinto tra due forme di patrimonio culturale: quello materiale, che si può conservare in un museo, e quello fatto di “immagini, storie e immaginazione collettiva”. Pinocchio, ha detto, appartiene proprio a questo secondo tipo di eredità, e per questo può essere considerato “un esempio straordinario di diplomazia culturale”, al pari di Dante, Leonardo o Caravaggio: un modo per l’Italia di viaggiare nel mondo senza passare solo dai musei.

Ma è nella parte finale del suo intervento che Ghia ha portato il discorso più vicino a chi la ascoltava. Ha parlato dei ragazzi di oggi come della generazione “forse più connessa della storia, eppure straordinariamente sola”, esposta presto a dipendenze, pressione sociale, isolamento digitale, al confronto costante con le vite altrui, e all’illusione che tutto debba arrivare in fretta e senza sforzo. Famiglie sotto pressione, scuole che faticano a stare al passo: in questo scenario, ha detto Ghia, Pinocchio torna sorprendentemente attuale, perché anche lui “è costantemente attratto dalle scorciatoie”, crede a chi gli promette una strada più facile, scappa dalle responsabilità, sbaglia, si fida delle persone sbagliate. “Ma Pinocchio non è una storia sul fallimento,” ha detto. “È una storia sulla possibilità di ricominciare.” Forse, ha aggiunto, è proprio questa la lezione che possiamo ancora offrire ai più giovani: che non esistono vere scorciatoie per diventare ciò che siamo, che la libertà comporta anche responsabilità, e che crescere richiede fatica, errori, coraggio, relazioni, e soprattutto la capacità di ricominciare.

Ghia ha chiuso tornando alla domanda da cui era partita. Che aspetto ha davvero Pinocchio? Quello disegnato da Mazzanti? Da Mussino? Quello di Disney, di Comencini, di Garrone? “Forse nessuno di loro,” ha detto. “Perché Pinocchio non ha un solo volto. Ogni generazione sente il bisogno di dargliene uno nuovo.” Pinocchio, dopo quasi centoquarant’anni, sta ancora diventando un bambino vero. E siamo ancora lì a guardarlo mentre ci prova.

L’articolo A New York, un pomeriggio dentro le mille vite di Pinocchio proviene da IlNewyorkese.

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