L’asse Roma – Los Angeles è stato sempre molto forte. Basti pensare che i più grandi attori e produttori italiani hanno vissuto lunghi periodi a Hollywood. I primi due che mi vengono in mente sono Sofia Loren e Dino De Laurentiis. Ma anche Roma, tra gli anni ‘50 e ‘60 è stata crocevia del jet set internazionale, rappresentata dalla splendida Via Veneto e raccontata da uno dei nostri registi più celebri, Federico Fellini ne “La Dolce vita”. Cinecittà rappresentava una Hollywood sul Tevere.
Certo, il tempo passa e le cose cambiano naturalmente, ma il cinema italiano è una storia che ha interessato tutto il mondo e, nonostante i cambiamenti, possiamo ritenerci ancora molto soddisfatti. Il box office italiano ci offre dati in continuo miglioramento in un contesto internazionale attraversato da piattaforme globali, mutamenti tecnologici e nuove abitudini di consumo. Ma il dato più significativo riguarda la produzione nazionale. Nel 2025 i film italiani hanno raggiunto il 32,7% degli incassi e il 33,3% delle presenze. Una buona notizia sul piano economico e non solo, è la prova che il pubblico ama l’arte cinematografica.
Per comprendere fino in fondo il valore di questi numeri bisogna ricordare che il cinema italiano ha attraversato stagioni di grandi battaglie. “Non si interrompe un’emozione” è lo slogan coniato da Fellini contro le interruzioni pubblicitarie nei film trasmessi dalle tv private negli anni ’80. Mentre Hollywood consolidava il proprio dominio industriale e la televisione commerciale cambiava radicalmente il panorama mediatico, questo slogan divenne il manifesto di una generazione di autori. Il film, sosteneva il regista, non è un contenitore da spezzare a piacimento, ma un flusso di emozioni, con un proprio ritmo e una propria musica interiore. In quegli anni, la televisione libera si stava affermando grazie all’intuizione di Silvio Berlusconi, all’epoca imprenditore visionario capace di costruire in pochi anni un impero mediatico con Canale 5, Italia 1 e Retequattro. Poi con l’acquisizione del catalogo Cineriz da Rizzoli, nel 1983, segnò uno spartiacque: intere library cinematografiche passavano sotto il controllo di un soggetto televisivo privato, libero di programmarle e interromperle secondo logiche di mercato. Il conflitto esplose apertamente nel 1985, quando Fellini denunciò Canale 5 per la messa in onda dei suoi film con inserti pubblicitari. La sua battaglia trovò consenso anche in una parte politica: il Partito Comunista Italiano prima, e il Partito Democratico della Sinistra poi, fecero proprio lo slogan nella campagna referendaria del 1995 contro le interruzioni nei film. L’esito chiaramente fu a favore degli spot con il 55,77% degli italiani che scelsero il no. Fellini morì nel 1993, e dunque non poté assistere a questo epilogo. Del resto, con l’avvento della tv libera, anche i film diventarono così accessibili a tutti. Senza alcun costo.
A pensarci oggi sembra quasi un film pensare a quella battaglia. Eppure, la storia ha riservato sviluppi inattesi. Negli anni successivi, il gruppo Mediaset ha promosso importanti restauri dei grandi classici italiani, riportando in sala e nei musei internazionali capolavori di registi come Rossellini, Visconti, Pasolini, oltre allo stesso Fellini. Uno di questi è il progetto “Cinema Forever”, che ha consentito un’operazione di valorizzazione culturale di alto impatto. I film restaurati hanno viaggiato fino al Moma di New York, riaffermando il ruolo dell’Italia come riferimento imprescindibile nella storia del cinema mondiale.
Osservando lo scenario attuale, probabilmente il cinema italiano avrebbe bisogno di maggiori investitori privati che affianchino il sistema di agevolazioni pubbliche in modo da incentivare la produzione e dare uno sprint maggiore al volano economico virtuoso che ruota intorno all’arte cinematografica.
Se da un lato l’America ha rappresentato per decenni il modello produttivo dominante, l’Italia ha offerto uno sguardo autoriale segnato da una certa profondità narrativa, e capacità narrativa che ha influenzato generazioni di cineasti americani e non solo. Il dialogo resta sempre la migliore forma di contaminazione virtuosa.
L’articolo Roma–Hollywood, il filo d’oro del cinema proviene da IlNewyorkese.
