Da quarant’anni è il volto del leggendario locale dell’Upper East Side, proprio mentre il film che lo ha reso famoso in tutto il mondo compie venticinque anni. La storia di un figlio di immigrati italiani che ha trovato il suo destino a New York.
L’arte di fare una scoperta inattesa: così lo studioso olandese Pek van Andel definiva la serendipità, una delle parole più curiose della lingua inglese. Succede quando ci si perde in autostrada e si trova un’amicizia in una stazione di servizio, oppure quando si sbaglia una ricetta e si finisce per scoprire un nuovo sapore. A New York, da più di settant’anni, serendipità è anche un indirizzo. Serendipity3 aprì nel 1954 al 225 East 60th Street, nell’Upper East Side, fondato da tre coinquilini squattrinati arrivati in città per provare a farcela: Stephen Bruce, Calvin Holt e Patch Caradine. Si racconta che fu Caradine a trovare il nome, imbattendosi nella parola «Serendip» in un cruciverba. Una scoperta inattesa, appunto. Difficile cominciare meglio di così.
Nel giro di pochi anni, quel seminterrato pieno di lampade Tiffany, dove si servivano espresso e pecan pie, diventò un rifugio per artisti e celebrità. Andy Warhol, agli inizi, pagava i conti con i suoi disegni; Marilyn Monroe ci studiava i copioni davanti a una Frrrozen Hot Chocolate, il dolce simbolo della casa, la cui ricetta Jacqueline Kennedy cercò invano di ottenere.
Da quarant’anni, il custode di questa storia è Joe Calderone, diventato il volto di Serendipity3 e, in un certo senso, la sua memoria. Figlio di immigrati italiani, porta con sé il paese dei suoi genitori ovunque vada. «Mia madre era di Mantova, mio padre di Palermo», ci ha raccontato. «Amo l’Italia, ci sono stato molte volte. Due anni fa ho passato una settimana sul Lago di Como e una in Sicilia. Vorrei poterci tornare ogni estate».
In quattro decenni trascorsi dietro quella porta, dice, il significato del posto non è cambiato di un centimetro. «Serendipity3 per me significa oggi la stessa cosa che significava quando ho iniziato a lavorare qui quarant’anni fa: magia. Entri e ti trasformi. Puoi entrare arrabbiato e uscire felice, puoi entrare triste e uscire felice. È un posto felice, dove succedono cose magiche».
Ogni giorno arrivano visitatori da tutto il mondo a cercare proprio questo. «Cercano una fuga, un piccolo piacere. Il nostro menu è una cucina americana eclettica, ma le porzioni sono generose. Le persone vengono qui per lasciarsi andare, per concedersi qualcosa di speciale».
Quest’anno ricorre il venticinquesimo anniversario di Serendipity, la commedia romantica con John Cusack e Kate Beckinsale che trasformò il ristorante in una meta di pellegrinaggio per innamorati. Il cinema era già passato spesso da qui: il ristorante era apparso in One Fine Day, con Michelle Pfeiffer e George Clooney, e anni dopo sarebbe comparso anche in serie televisive come Glee. Per Calderone, però, quel film ha un peso particolare. «Ero qui durante le riprese, ed è stato il primo film a uscire dopo l’11 settembre. È una storia d’amore tra due persone, certo, ma soprattutto è una dichiarazione d’amore per questa città. È questo che mi è rimasto».
Nel film, Sara entra nel ristorante attirata dal nome stesso, una parola che ama per il suono e per il significato: un caso fortunato. Eppure non crede del tutto al caso: è convinta che il destino ci mandi piccoli segnali, e che il modo in cui li leggiamo decida se saremo felici. Calderone crede nei segni del destino? «Oh, sì. Assolutamente. E sento di aver trovato il mio destino essendo qui».
Settantadue anni sono un’eternità per un ristorante di New York, e intanto la città intorno ha continuato a reinventarsi. «Tantissimi nuovi edifici, tantissimi quartieri trasformati. Ma penso che il carattere, la psiche dei newyorkesi, sia rimasta la stessa. Nel mondo dicono che siamo maleducati, poco amichevoli. Ma qui ci sono persone straordinarie, ci credo davvero». Serendipity3, a modo suo, ha trovato anche l’equilibrio tra il restare fedele a sé stesso e il parlare alle nuove generazioni. «Siamo rimasti quelli di sempre, con piccoli aggiustamenti. Siamo molto attivi su TikTok e Instagram, creiamo dessert che fanno parlare le persone, collaboriamo con gli artisti del momento. È così che restiamo rilevanti».
Prima di salutarlo, non abbiamo resistito a un’ultima domanda: se New York fosse un dessert, quale sarebbe? Calderone non ha esitazioni. «Sarebbe qualcosa del nostro menu che si chiama The Outrageous Banana Split. Perché è enorme, è folle, è esagerato, e tutti lo vogliono».
L’articolo Joe Calderone: «Serendipity3 è magia, e lo è sempre stato» proviene da IlNewyorkese.
