Un Paese in svendita

A guardare la situazione economica italiana a volo d’uccello, essa appare come un paese in svendita con tanti cartelli appesi a fabbriche, aziende, imprese che una volta rappresentavano l’eccellenza del Made in Italy. Continuiamo a vantarci di avere i prodotti migliori e le imprese più “fighe” del pianeta, ma non siamo in grado di arginare le mille falle che avvolgono soprattutto la piccola e media impresa, lasciata in balia, per via dell’isolamento, di un mercato drogato dalla finanza e da uno Stato che è capace solo di imporre nuove tasse e balzelli che ormai rasentano lo strozzinaggio e che costringono gli imprenditori a vendere o delocalizzare. Così si portano all’estero le nostre capacità, il nostro know how e i nostri giovani talenti a cercare maggior fortuna nelle località più disparate del globo. Sono tantissime le realtà vendute, o per meglio dire svendute, al miglior offerente straniero, come in un gigantesco outlet che pubblicizza i suoi prezzi stracciati e le rimanenze di magazzino. Fondi d’investimento, holding, raider finanziari alla Gordon Gekko del bellissimo film “Wall Street” di Oliver Stone, negli ultimi anni hanno razzolato più di 500 marchi storici italiani: dalla Birra Peroni alla Pininfarina, da Italcementi a Pirelli, da Poltrona Frau a Valentino, senza dimenticare le squadre di calcio (Inter, Milan, Roma, ecc.) finite in mani straniere. Per dirla fuori dai denti, siamo messi male e la pandemia ha, se possibile, accentuato il decorso della malattia. Il Governo sta cercando di mettere pezze a colori per tamponare l’emorragia, ma per la fine dell’estate e il conseguente sblocco dei licenziamenti, sommato alle oltre 350 mila piccole imprese che hanno già dovuto abbassare le saracinesche, la situazione diverrà insostenibile per chiunque. I cosiddetti “ristori” hanno lo stesso effetto della borsa d’acqua calda e, prima o poi, bisognerà chiedersi fino a quando si potranno ancora elargire quattrini a pioggia e totalmente improduttivi? Il rapporto deficit-pil che solo pochi mesi fa si attestava sotto il tre per cento, oggi viaggia intorno al 10% e il deficit è lievitato a 165 miliardi. Tutti soldi contratti a debito che prima o poi dovranno essere restituiti se non da noi dai nostri figli e nipoti.

Come dicevamo, in questo contesto, sta proseguendo a ritmi serrati la campagna acquisti da parte dei Fondi e delle multinazionali straniere, del nostro patrimonio industriale, infrastrutturale, agricolo e creativo. E’ di questi giorni l’incessante mobilitazione dei lavoratori e dei sindacati di Trichiana nel bellunese dove sorge lo stabilimento Ideal Standard che da lavoro a 500 lavoratori ed altrettante famiglie. Ideal Standard è un’azienda simbolo dell’arredo e del design italiano, acquisita da diversi anni con la tecnica del “Leverage buy-out”, un meccanismo infernale per cui si rilevano aziende ad alta liquidità, caricandole dei finanziamenti sostenuti per l’acquisizione stessa, comprandola cioè con i suoi stessi soldi, da Bain Capital e successivamente da altri due Fondi (Anchorage Capital e CVC). I tre “amigos” proprietari del marchio, anche se pubblicamente smentiscono, sono assolutamente determinati a chiudere l’impianto produttivo, delocalizzare verso l’est Europa e nord Africa, smantellare tutto e investire i profitti generati in attività più redditizie (calcio, media, new economy). Il risultato è che oggi la Ideal Standard di Trichiana e i suoi 500 lavoratori sono sotto la forca di una ristrutturazione strisciante che potrebbe portare ad una possibile chiusura dello stabilimento e alla desertificazione industriale e sociale di tutto il territorio.

L’attuale management, negli incontri con i sindacati e il Governo italiano tergiversa. L’amministratore delegato non si presenta agli incontri e manda al suo posto rappresentanti dell’azienda senza nessuna delega sulle decisioni da prendere.

Nei progetti del Gruppo sembra esserci anche la cessione del marchio Ceramica Dolomite, un brand storico italiano creato nel 1965 grazie ai fondi statali stanziati dopo la tragedia del Vajont per sostenere l’economia del bellunese. La ragione di un simile fallimento sta nella rapacità e nell’incapacità di questi Fondi Internazionali di comprendere il significato di sostenibilità e le logiche industriali di un business fatto di prodotto, di tecnologia, di servizio, di competenza. I lavoratori e i sindacati fanno quello che possono, ma senza una precisa volontà politica del Governo italiano di porre fine a questo scempio, sono destinati a soccombere.

Proseguendo in questa scia, che dire delle tragiche conseguenze del crollo del turismo? I risultati sono sotto gli occhi di tutti. Le offensive lanciate dai fondi d’investimento internazionali su alberghi e resort di lusso stanno portando all’accaparramento dell’intero settore e delle nostre più belle realtà. Particolarmente agguerriti i cinesi, supportati da una macchina da guerra forte di un miliardo e 400 milioni di persone, con un costo del lavoro bassissimo, e da un regime politico dispotico ma che sa muoversi sul mercato capitalistico senza nessun freno ideologico o morale. Nei fatti, Pechino ha già fatto incetta di oltre 400 aziende italiane e di altre 760 “partecipate” che rappresentano una fortissima piattaforma per aumentare la loro consistenza economica e politica in quello che Dante definiva il Belpaese.

In parallelo si sta verificando un assalto ai nostri porti, con i tedeschi (il cui mirino è però puntato sulla meccanica, anche se nel 2015 non hanno disdegnato nemmeno la Italcementi) determinati a portarsi a casa quello di Trieste e forse Taranto. Insomma, una sciagurata campagna acquisti che, strada facendo, ha visto i giapponesi acquisire Magneti Marelli, Fiamm, DelClima e Daikin, oltre al passaggio di nostre altre belle realtà come Avio (ora nel portafogli della General Electric), Ansaldo Ferroviaria (da parte di Hitachi) e Rhiag (per mano della Lkw).

A questo drammatico quadro vanno aggiunte le 180 aziende in predicato di chiusura, come Mercatone Uno, Auchan, Wirlpool di Napoli, Acciaierie di Terni, Embraco, Treofan, Iveco di Brescia, per non parlare della ex Ilva di Taranto. Purtroppo, comunque le mediazioni governative vadano a finire, una marea di operai e impiegati si troverà senza lavoro.

Per anni ci hanno decantato le magnifiche sorti e progressive della globalizzazione. Adesso che i nodi giungono al pettine nessuno sa che pesci pigliare. I governi democratici che avevano di molto sottovalutati gli effetti macroenomici di quella scelta, adesso sono in balia degli aventi. Gli stessi Stati Uniti stanno ripensando a riportare in patria le produzioni delocalizzate in Cina ed Estremo Oriente, cercano di imporre dazi doganali, imposte, tasse sulle importazioni, ma di fronte alla potenza economica e industriale delle multinazionali e delle holding finanziarie mondiali, arrancano visibilmente. Un esempio: i vaccini contro il Covid 19. Pfizer, Moderna, Astra Zeneca, Johnson&Johnson, hanno firmato contratti con i governi europei e con la UE, ma quando si è trattato di rispettare gli accordi presi sulle forniture hanno accampato scuse di ogni genere e l’Europa può solo minacciare sanzioni che si sono già rivelate di scarso impatto. Il coltello dalla parte del manico ce l’hanno loro e non hanno la minima intenzione di cederlo.

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