Russia verso il default: l’esposizione dell’Italia e i possibili scenari

(Teleborsa) – Dopo il declassamento a “B”/Rating Watch Negative del 2 marzo Fitch Ratings ha assegnato alla Russia una “C”, livello che l’agenzia di rating internazionale definisce “vicino al default”. Un’eventualità che taglierebbe fuori il Paese da qualunque rapporto commerciale e finanziario con l’estero con un impatto sui mercati non facile da prevedere e un concreto rischio speculazione. Ad oggi la Russia ha contratto debiti per 49 miliardi di dollari sotto forma di obbligazioni, in dollari e euro, e nei prossimi mesi dovrà restituirne una buona parte con tanto di interessi, agli obbligazionisti. A ciò si aggiunge il debito in obbligazioni delle società russe che supera 200 miliardi di dollari. E ora gli analisti valutano le possibili conseguenze di una eventuale insolvenza del Paese che coinvolgerebbe anche i grandi gruppi a partecipazione pubblica, come i colossi del gas e del petrolio Gazprom e Rosneft.

L’arma messa in campo dal presidente russo Vladimir Putin per affrontare la guerra finanziaria è un decreto che, dallo scorso 5 marzo, consente a Mosca di rimborsare in rubli, al tasso ufficiale della Banca di Russia, i bond governativi russi denominati in valute estere nel caso in cui i titolari appartengano a Paesi che hanno sanzionato la Russia. Una mossa con cui Mosca cerca di dimostrare di essere in grado di rimborsare i creditori esteri nonostante il congelamento dei dollari che aveva accumulato e il blocco dei movimenti di capitali. Inoltre, – come ha sottolineato l’agenzia di rating Fitch – l’applicazione del regolamento della Banca centrale russa ha limitato il trasferimento di cedole di debito OFZ in valuta locale ai non residenti dalla fine della scorsa settimana.

I pagamenti in rubli ai creditori ‘ostili’ – banche e aziende in Usa, Gran Bretagna, Giappone e Paesi dell’Ue tra cui figura anche l’Italia – avverranno su conti appositi creati presso la cassa di compensazione russa. I creditori rischiano, dunque, di ritrovarsi in mano una valuta in caduta libera che non possono cambiare in dollari o in euro, e che ulteriori sanzioni minacciano di ridurre a ‘carta straccia’. Tuttavia non tutti i regolamenti dei bond in valuta estera offrono questa possibilità, per queste obbligazioni, in caso di pagamento in rubli, si potrebbe verificare un ‘trigger event’, cioè un evento che determina il default e che permette ai titolari di assicurazioni sul debito, Credit Default Swap (Cds), di farsi rimborsare dalla loro controparte. Tra i bond che non consentono il pagamento in rubli figurano alcuni bond in scadenza il prossimo 16 marzo su cui devono essere pagare cedole per 117 milioni di dollari. In tale scenario, dopo il decreto approvato da Putin, si è verificato un nuovo balzo del costo per assicurare i bond governativi russi contro il rischio di un default. Secondo Bloomberg, che cita i dati di Ice Data services, le probabilità di un default implicite nel costo delle assicurazioni sul debito, i Cds, hanno toccato il livello record dell’80%. I Cds che assicurano 10 milioni di dollari di debito russo per cinque anni costano 5,8 milioni di dollari di commissione iniziale, a cui si aggiungono 100 mila dollari all’anno. In gioco ci sono circa 310 miliardi di dollari di debiti verso l’estero delle aziende russe, 75 miliardi di passivo delle banche russe, 67 miliardi di bond governativi. È a questi che si applicano le nuove regole, ma con il potenziale di allargarsi ad altre posizioni debitorie di Mosca, che ha debiti complessivi verso l’estero per poco meno di 500 miliardi.

Per l’Italia, con un’esposizione che molte aziende e investitori hanno ridotto drasticamente dopo il conflitto con l’Ucraina del 2014, pesano soprattutto i 25 miliardi di crediti del settore bancario verso Mosca. Ma di fronte alla necessità di Mosca di trattenere quanti più dollari possibile, in prospettiva potrebbe complicarsi l’uscita dalle residue attività di gruppi come Eni, o la decisione sul da farsi da parte di gruppi con una presenza rilevante in Russia come Unicredit, Intesa Sanpaolo, Generali, Maire Tecnimont. Anche se quasi la metà del debito estero delle aziende russe è di controllate verso la casa madre, un passivo che di solito viene rinnovato a scadenza senza necessità di rimborso.

Gli analisti di Morgan Stanley invitano a segnare sul calendario, come prima data di un possibile default, quella del 15 aprile. Terminerà, infatti, in tale data il periodo di grazia di 30 giorni sul pagamento delle cedole di due bond denominati in dollari con scadenza al 2023 e al 2043. “Vediamo un default dei bond della Russia come lo scenario più probabile in quanto – spiegano gli analisti di Morgan Stanley – le probabilità di rispettare le scadenze sul debito estero stanno diminuendo alla luce del crollo del valore delle obbligazioni, del profilarsi di una recessione e dell’accumularsi di restrizioni dopo l’invasione dell’Ucraina”.

A differenza di quanto avvenuto in occasione del default russo del 1998 oggi la comunità internazionale non andrebbe di certo in soccorso del governo russo. Si profilano, dunque, come ipotesi più probabile, possibili ritorsioni del Cremlino sulle forniture energetiche volte a costringere i paesi europei a riaprire una trattativa.

Fonte: la Repubblica

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